Prima che rintocchi il mezzodì, sono solito trascorrere un'oretta di osservazioni seduto su qualche scomoda panchina di un parco. Lo studio dei mortali di superficie rimane una gradito passatempo aspettando che Vandemar torni dal macellaio con un trancio di macellaio per pranzo.
Fra i Parchi Reali che puntellano di verde la grigia Londra, non vi è dubbio che Hyde Park sia il mio prediletto. Non solo per le ammutolenti viste sull'agglomerato urbano più riprovevole dell'intera Britannia, ma anche per le innumerevoli storie che si sono consumate all'ombra dei quattromila alberi dell'Hyde Park.
Le loro radici sono intrise di sensazioni appartenenti alla sfera sensibile e ad eventi, le cui risonanze scuotono invisibilmente le corteccie strisciando fino alle spigolose punte dei rami. Ciò che mi delizia è la qualità di tali storie. Violente, meschine e intrise di umana ottusità. Certo, si sente anche il sapore di amori appena sbocciati e galanti intenzioni. Ma sono emozioni il cui flebile ronzio viene affogato dal roboante chiasso della brutalità.
Hyde Park ha un ottimo odore di sangue, vi assicuro. Del sangue degli animali cacciati per solo spirito agonistico, creature trucidate per Re e nobilotti dai sopiti istinti predatori. Del sangue delle vittime dell'illuminata Legge Umana, i cui colli furono spezzati sul purtroppo smantellato patibolo di Tyburn. Del sangue dei morti per l'orgoglio di un cognome o di un titolo durante le patetiche danze di duellanti dal sangue caldo e rigorosamente blu. Del sangue che odora di bruciato di Reali Cavalieri, saltati in aria nel nome dell'indipendenza di un paese.
Aah. Dire che è una sensazione piacevole sminuirebbe la portata del mio estasiato gongolare.
Seduto su una panchina, mi godo nuove generazioni di donne e uomini d'affari correre in tute firmate. Studenti intenti a leggere un libro o a spalmarsi su un altro studente. Nessuno di loro si accorge consciamente delle ossa che sta calpestando.
Ma confido nella memoria collettiva, per una gustosa sorpresa.
Saluti,
Mr. Croup.
giovedì 5 aprile 2007
domenica 1 aprile 2007
"Signore, quello è il mio cane".
Sentii questa voce alle mie spalle, mentre rannicchiato ero intento a sfiorare il fulvo pelo di un cagnolino qualsiasi. Un volpino forse.
Mi voltai verso la fonte della voce senza aggiungere alcun verbiare alla perfetta torsione del capo e del busto, in un armoniosa postura rilassata.
Osservai il cucciolo di uomo che si parava davanti al mio sguardo, con i suoi disgustosi capelli color grano e la sua piccola statura. Presi in braccio il cane, con elegante distacco.
"Bambino, questo non è il Suo cane."
Lui mi osservò dal basso verso l'alto, i suoi sproporzionati occhioni di un blu acceso si alternavano fra la mia mano che carezzava il capo dell'animale ed i miei denti appuntiti. Il suo piedino destro, stretto in una scarpina di ottima fattura, grattava incerto con la punta il lastricato della piazza in penombra. "Signore, le assicuro che è il mio volpino. L'ho addomesticato."
Non potevo che farmi scappare una risatina davanti a cotanta innocenza naif, se mi permettete l'inappropriato francesismo. Converrete con me che a tale inaspettata possibilità di improvvisare un siparietto un uomo di modesta ma solida cultura come il sottoscritto non può tirarsi indietro.
"Comprendo. E' il suo cane quindi, signorino." Mi presi un attimo per simulare un cogitare prolungato mentre grattavo con l'indice il capino del cane "Sa, signorino, cos'è l'impermanenza?"
Il bambino biondo mi osservò a bocca leggermente dischiusa, mentre scuoteva silenziosamente il capo in segno di diniego.
"Immaginavo. Ogni cosa che la circonda, signorino, è impermanente. Anicca. Detto in termini comprensibili alla vostra acerba età, non vi è nulla che sia permanente. Ciò che i suoi sensi possono percepire è destinato inevitabilmente a mutare, trasfigurandosi. Non c'è nulla di compiuto, di finito e di autoconclusivo. E se non vi è nulla di conclusivo, non vi è nulla che possa essere considerato proprio in senso assoluto." Posi la mano a palmo aperto sul capo del volpino, posando le mie deliziose falangi come artigli sul suo piccolo cranio "Non possediamo alcunchè, tranne una minuscola ma gratificante cosa. Sa qual'è, signorino, questa cosa?"
Il bambino mi osservava con azzurra espressione bovina, sebbene non riponessi alcuna speranza in una sua eventuale comprensione dei principi dell'esistenza cosciente. I miei polpastrelli affondarono nella pelliccia dell'animale che non si astenette da deliziosi ed acuti guaiti. "Non lo sapete?Noi possediamo solo l'istante dell'ora, il sospiro fra il sorgere e l'appassire del momento". Un colpo secco del polso e un udibile schioccar di ossa fecero trasalire il bimbo. Adoro quando i loro occhi si gonfiano di sentite lacrime salate, il volto contratto da ancora sconosciuti spasmi di dolore. Eeeh. Queste visioni mi ricordano la mia gioventù burrascosa, ricordi che tento sempre di nascondere al mio analista prima di mangiargli un altro pezzo.
Lasciai cadere il cane morto al suolo, godendomi l'istante in cui il collo molle del cadavere impattò al suolo. Il bambino con i capelli del grano singhiozzava, ripetendo soltanto "perchè".
Noioso bambino. Comprendo la mancanza di vocaboli, ma tali ripetizioni sono sinonimo di una dieta povera di fibre e calcio.
Sospirai "Perchè l'ho fatto, intende dire? Perchè vivo l'istante. E perchè la vita è dolore, l'io non esiste e tutto ciò che ci circonda è impermanente."
Sentii questa voce alle mie spalle, mentre rannicchiato ero intento a sfiorare il fulvo pelo di un cagnolino qualsiasi. Un volpino forse.
Mi voltai verso la fonte della voce senza aggiungere alcun verbiare alla perfetta torsione del capo e del busto, in un armoniosa postura rilassata.
Osservai il cucciolo di uomo che si parava davanti al mio sguardo, con i suoi disgustosi capelli color grano e la sua piccola statura. Presi in braccio il cane, con elegante distacco.
"Bambino, questo non è il Suo cane."
Lui mi osservò dal basso verso l'alto, i suoi sproporzionati occhioni di un blu acceso si alternavano fra la mia mano che carezzava il capo dell'animale ed i miei denti appuntiti. Il suo piedino destro, stretto in una scarpina di ottima fattura, grattava incerto con la punta il lastricato della piazza in penombra. "Signore, le assicuro che è il mio volpino. L'ho addomesticato."
Non potevo che farmi scappare una risatina davanti a cotanta innocenza naif, se mi permettete l'inappropriato francesismo. Converrete con me che a tale inaspettata possibilità di improvvisare un siparietto un uomo di modesta ma solida cultura come il sottoscritto non può tirarsi indietro.
"Comprendo. E' il suo cane quindi, signorino." Mi presi un attimo per simulare un cogitare prolungato mentre grattavo con l'indice il capino del cane "Sa, signorino, cos'è l'impermanenza?"
Il bambino biondo mi osservò a bocca leggermente dischiusa, mentre scuoteva silenziosamente il capo in segno di diniego.
"Immaginavo. Ogni cosa che la circonda, signorino, è impermanente. Anicca. Detto in termini comprensibili alla vostra acerba età, non vi è nulla che sia permanente. Ciò che i suoi sensi possono percepire è destinato inevitabilmente a mutare, trasfigurandosi. Non c'è nulla di compiuto, di finito e di autoconclusivo. E se non vi è nulla di conclusivo, non vi è nulla che possa essere considerato proprio in senso assoluto." Posi la mano a palmo aperto sul capo del volpino, posando le mie deliziose falangi come artigli sul suo piccolo cranio "Non possediamo alcunchè, tranne una minuscola ma gratificante cosa. Sa qual'è, signorino, questa cosa?"
Il bambino mi osservava con azzurra espressione bovina, sebbene non riponessi alcuna speranza in una sua eventuale comprensione dei principi dell'esistenza cosciente. I miei polpastrelli affondarono nella pelliccia dell'animale che non si astenette da deliziosi ed acuti guaiti. "Non lo sapete?Noi possediamo solo l'istante dell'ora, il sospiro fra il sorgere e l'appassire del momento". Un colpo secco del polso e un udibile schioccar di ossa fecero trasalire il bimbo. Adoro quando i loro occhi si gonfiano di sentite lacrime salate, il volto contratto da ancora sconosciuti spasmi di dolore. Eeeh. Queste visioni mi ricordano la mia gioventù burrascosa, ricordi che tento sempre di nascondere al mio analista prima di mangiargli un altro pezzo.
Lasciai cadere il cane morto al suolo, godendomi l'istante in cui il collo molle del cadavere impattò al suolo. Il bambino con i capelli del grano singhiozzava, ripetendo soltanto "perchè".
Noioso bambino. Comprendo la mancanza di vocaboli, ma tali ripetizioni sono sinonimo di una dieta povera di fibre e calcio.
Sospirai "Perchè l'ho fatto, intende dire? Perchè vivo l'istante. E perchè la vita è dolore, l'io non esiste e tutto ciò che ci circonda è impermanente."
giovedì 29 marzo 2007
Il progresso del pensiero razionale e positivista è a dir poco impressionante. La capacità con cui chirurgicamente l'uomo abbia asportato qualsiasi traccia di mithos dagli studi ufficiali ha quasi tratti paranormali. E perdonate l'involontario paradosso in termini.
Rimat-Ninsun, la Grande Regina dell'Uruk bagnata dalle fertili acque dell'Eufrate. Ninsun la Dea-Sacerdotessa, madre dell'eroico Gilgamesh.
Un giorno quest'ultimo entrò nel Palazzo Eccelso, per poter colloquiare con sua madre a proposito di sogni che lo avevano turbato profondamente le notti precedenti.
La prima notte vide il firmamento di Anu deriderlo dal cielo. Gilgamesh provò a sollevarlo sicuro della sua forza, ma senza alcun risultato. Nel secondo sogno il firmamento divenne una enorme ascia che violentemente si scagliava contro il Re-Sacerdote. Anche in questo caso cercò di sollevare l'oggetto, non riuscendo nel suo intento.
In entrambi i sogni, il firmamento e l'ascia si trasfiguravano in un essere umano dall'aspetto selvatico. Gilgamesh lo abbracciava come un fratello, sentendolo suo gemello.
Rimat-Ninsun sorrise alle parole del figlio e capì che era una profezia, così cristallina da essere considerabile un vero e proprio manifesto del destino. Sorrise perchè capì che Gilgamesh avrebbe trovato una persona dalla forza straordinaria, l'unica creatura capace di potersi rapportare con il Re da suo pari.
Predisse l'arrivo di Enkidu ed Enkidu arrivò. E con lui l'inizio del viaggio per l'immortalità.
Rimat-Ninsun riconosceva l'importanza dei presagi, il potere divinatorio del subconscio. Ninsun discerneva la differenza fra un buon sogno ed un brutto sogno, fra un semplice fantasticare e la realtà superna che si palesa con il suo linguaggio durante l'umano riposare. Regina di Uruk, vessillo del Mithos.
Passano i secoli, si susseguono Re e Governatori ingannevolmente eletti. Raggiungete il novecento scordandovi di Uruk, gradevolmente calpestata con eserciti e bucherellata con proiettili in svariate occasioni, e di Rimat-Ninsun.
Arriva il 1962 ed ecco giungere Walter Bonime. Un uomo fra gli uomini, psicologo di grande fama accademica. Pubblicò un libro, chiamato "Uso Clinico dei Sogni". Lo lessi a Vandemar, gli descrissi la teoria secondo il quale i sogni sono un autoinganno volto a preservare e a rafforzare un modello di vita, poichè la personalità ha una forte componente sociale e comportamentale.
Per le Nove Porte dei corrispettivi Nove Cerchi, il mio compagno di sventure sogghigna ancora ogni volta che allevio il suo mutismo con il numero del "Sogno come autoinganno.". Sono costretto ad impalare crudelmente un cucciolo umani ogni volta, per cercare di non perdere parte del mio contegno durante l'esilarente parte sulla "personalità dalla forte componente sociale".
Morale della favola? Vandemar ride di voi. Ed a ragione.
Rimat-Ninsun, la Grande Regina dell'Uruk bagnata dalle fertili acque dell'Eufrate. Ninsun la Dea-Sacerdotessa, madre dell'eroico Gilgamesh.
Un giorno quest'ultimo entrò nel Palazzo Eccelso, per poter colloquiare con sua madre a proposito di sogni che lo avevano turbato profondamente le notti precedenti.
La prima notte vide il firmamento di Anu deriderlo dal cielo. Gilgamesh provò a sollevarlo sicuro della sua forza, ma senza alcun risultato. Nel secondo sogno il firmamento divenne una enorme ascia che violentemente si scagliava contro il Re-Sacerdote. Anche in questo caso cercò di sollevare l'oggetto, non riuscendo nel suo intento.
In entrambi i sogni, il firmamento e l'ascia si trasfiguravano in un essere umano dall'aspetto selvatico. Gilgamesh lo abbracciava come un fratello, sentendolo suo gemello.
Rimat-Ninsun sorrise alle parole del figlio e capì che era una profezia, così cristallina da essere considerabile un vero e proprio manifesto del destino. Sorrise perchè capì che Gilgamesh avrebbe trovato una persona dalla forza straordinaria, l'unica creatura capace di potersi rapportare con il Re da suo pari.
Predisse l'arrivo di Enkidu ed Enkidu arrivò. E con lui l'inizio del viaggio per l'immortalità.
Rimat-Ninsun riconosceva l'importanza dei presagi, il potere divinatorio del subconscio. Ninsun discerneva la differenza fra un buon sogno ed un brutto sogno, fra un semplice fantasticare e la realtà superna che si palesa con il suo linguaggio durante l'umano riposare. Regina di Uruk, vessillo del Mithos.
Passano i secoli, si susseguono Re e Governatori ingannevolmente eletti. Raggiungete il novecento scordandovi di Uruk, gradevolmente calpestata con eserciti e bucherellata con proiettili in svariate occasioni, e di Rimat-Ninsun.
Arriva il 1962 ed ecco giungere Walter Bonime. Un uomo fra gli uomini, psicologo di grande fama accademica. Pubblicò un libro, chiamato "Uso Clinico dei Sogni". Lo lessi a Vandemar, gli descrissi la teoria secondo il quale i sogni sono un autoinganno volto a preservare e a rafforzare un modello di vita, poichè la personalità ha una forte componente sociale e comportamentale.
Per le Nove Porte dei corrispettivi Nove Cerchi, il mio compagno di sventure sogghigna ancora ogni volta che allevio il suo mutismo con il numero del "Sogno come autoinganno.". Sono costretto ad impalare crudelmente un cucciolo umani ogni volta, per cercare di non perdere parte del mio contegno durante l'esilarente parte sulla "personalità dalla forte componente sociale".
Morale della favola? Vandemar ride di voi. Ed a ragione.
domenica 25 marzo 2007
Il nulla dove galleggiavo da anni era incresciosamente noioso, vi assicuro. Non era buio, nè tantomeno freddo. Era principalmente mancanza assoluta di materia, converrete quindi con me sulla difficoltà nello spiegare la irritante sensazione che si prova ad esistere nel non esistente sapendo di dover esistere.
Dopo tanto tedio, ho trovato rinfrancante notare che la realtà che vi circonda abbia pensato in maniera assolutamente autonoma a darmi piccole soddisfazioni al mio ritorno.
Quando sono caduto in quello sventurato portale, il vostro mondo di Sopra faceva già ribrezzo in maniera spaventevole. Ma io provo ribrezzo all'incirca per qualsiasi creazione dell'umano intelletto, quindi non trovavo la cosa in qualsiasi modo anomala. Ma ora siete stati capaci di disgustarmi, profondamente.
La vostra società non è pura. Oh, non lo è affatto se chiedete il mio parere. Non è nemmeno corrotta nella usuale maniera, vi manca la lucidità ed il coraggio per accollarvi responsabilità e collusioni. E' come una triste ciotola di porridge mescolata con il cucchiaio rigorosamente in senso orario per non richiamare il Diavolo. Tutto queste premure nonostate quest'ultimo sia stato già invitato sovente a colazione.
Una impastata ed anonima zona grigia, senza alcuna tonalità a spiccare nell'uniformità. Eroi soffocati da cravatte e smog, canaglie nascoste dietro doppiopetti e sorrisi compiacenti. Nessuno che abbia più la voglia di partecipare alla lotteria della storia come protagonista del proprio tempo. Nessun Signor Ozymandias, nessun Signor Adolf.
Che triste opera incompiuta che è l'uomo. In possesso del prezioso dono del libero arbitrio, ma incapace di accollarsene le conseguenze.
Ma non pensiate che me ne rammarichi. E' un tempo così eccitante per fare affari, per tipi come me. E ottimi spunti per questo mio diario, questo è certo. E' una pratica rilassante, fra una rovina e l'altra.
Saluti,
Mr. Croup
Dopo tanto tedio, ho trovato rinfrancante notare che la realtà che vi circonda abbia pensato in maniera assolutamente autonoma a darmi piccole soddisfazioni al mio ritorno.
Quando sono caduto in quello sventurato portale, il vostro mondo di Sopra faceva già ribrezzo in maniera spaventevole. Ma io provo ribrezzo all'incirca per qualsiasi creazione dell'umano intelletto, quindi non trovavo la cosa in qualsiasi modo anomala. Ma ora siete stati capaci di disgustarmi, profondamente.
La vostra società non è pura. Oh, non lo è affatto se chiedete il mio parere. Non è nemmeno corrotta nella usuale maniera, vi manca la lucidità ed il coraggio per accollarvi responsabilità e collusioni. E' come una triste ciotola di porridge mescolata con il cucchiaio rigorosamente in senso orario per non richiamare il Diavolo. Tutto queste premure nonostate quest'ultimo sia stato già invitato sovente a colazione.
Una impastata ed anonima zona grigia, senza alcuna tonalità a spiccare nell'uniformità. Eroi soffocati da cravatte e smog, canaglie nascoste dietro doppiopetti e sorrisi compiacenti. Nessuno che abbia più la voglia di partecipare alla lotteria della storia come protagonista del proprio tempo. Nessun Signor Ozymandias, nessun Signor Adolf.
Che triste opera incompiuta che è l'uomo. In possesso del prezioso dono del libero arbitrio, ma incapace di accollarsene le conseguenze.
Ma non pensiate che me ne rammarichi. E' un tempo così eccitante per fare affari, per tipi come me. E ottimi spunti per questo mio diario, questo è certo. E' una pratica rilassante, fra una rovina e l'altra.
Saluti,
Mr. Croup
Caro Diario...no. Delizioso compagno di dissertazioni... no, non va.
Onde evitare spiacevoli disquisizioni future, credo sia appropriato denudare subito le mia elegante e ben tornita anima. Senza troppi giri di parole, tranne gli ovvi divertissment che non si possono rifiutare al proprio estro, chiarificherò la mia posizione etico-morale e provvederò ad etichettarmi prima che qualcuno goffamente ci tenti.
Credo sia poco consono ad un Signore del mio rango abbassarmi nel futuro a riflettere reiteratamente su confuse analisi del mio subconscio. Gli svariati mondi che il Demiurgo ci ha donato sono già fin troppo sozzi di emotivamente sconvolti, le cui condizioni spesso sono aggravate da un'ossessione complusiva per la scrittura.
Quindi eccomi qui a condensare e sublimare in una sola espressione il mio ego, il mio super ego, l'es e qualsiasi altra artificiosa parte del mio essere che vi venga in mente.
Sono il male puro.
Badate bene alla parola "puro", poichè non vorrei che cadeste nell'errore di soppesare la mia autoanalisi in maniera superficiale.
Non sono un cattivone da pellicola dell'orrore statunitense, nè lo psicopatico che brucia nell'acido dei poveri cuccioli di mammiferi. Quella è dozzinale ed autoindulgente malvagità, tentativi di modesta artigianeria.
Io mi ritengo un professionista nel mio campo e vi posso assicurare che il male è altro. E' una vocazione alla destrutturazione, all'annichilimento. Nel continuo flusso e riflusso di idee e concetti superni nell'etere, è necessaria una forza che mini alle fondamenta il pensiero razionale. Poichè esso ha fin troppo zelanti sostenitori perchè vi sia un naturale progresso spirituale.
E' un lavoro brutto essere politicamente scorretto, specialmente se non vi è alcun premio personale nello svolgerlo.
Stasera mi sento in vena di un pizzico di correttezza, perciò uniformerò la definizione di me ai costumi occidentali. Non sono malvagio. Sono Diversamente etico.
Tanti cari auguri,
Mr. Croup
P.s. Se qualcuno vuole premiare i miei sforzi, potrebbe recapitarmi qualche splendido pezzo da collezione in porcellana. Qualche vaso Ming, magari. Adoro masticarli.
Credo sia poco consono ad un Signore del mio rango abbassarmi nel futuro a riflettere reiteratamente su confuse analisi del mio subconscio. Gli svariati mondi che il Demiurgo ci ha donato sono già fin troppo sozzi di emotivamente sconvolti, le cui condizioni spesso sono aggravate da un'ossessione complusiva per la scrittura.
Quindi eccomi qui a condensare e sublimare in una sola espressione il mio ego, il mio super ego, l'es e qualsiasi altra artificiosa parte del mio essere che vi venga in mente.
Sono il male puro.
Badate bene alla parola "puro", poichè non vorrei che cadeste nell'errore di soppesare la mia autoanalisi in maniera superficiale.
Non sono un cattivone da pellicola dell'orrore statunitense, nè lo psicopatico che brucia nell'acido dei poveri cuccioli di mammiferi. Quella è dozzinale ed autoindulgente malvagità, tentativi di modesta artigianeria.
Io mi ritengo un professionista nel mio campo e vi posso assicurare che il male è altro. E' una vocazione alla destrutturazione, all'annichilimento. Nel continuo flusso e riflusso di idee e concetti superni nell'etere, è necessaria una forza che mini alle fondamenta il pensiero razionale. Poichè esso ha fin troppo zelanti sostenitori perchè vi sia un naturale progresso spirituale.
E' un lavoro brutto essere politicamente scorretto, specialmente se non vi è alcun premio personale nello svolgerlo.
Stasera mi sento in vena di un pizzico di correttezza, perciò uniformerò la definizione di me ai costumi occidentali. Non sono malvagio. Sono Diversamente etico.
Tanti cari auguri,
Mr. Croup
P.s. Se qualcuno vuole premiare i miei sforzi, potrebbe recapitarmi qualche splendido pezzo da collezione in porcellana. Qualche vaso Ming, magari. Adoro masticarli.
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